Pesce in scatola

Orazio, est modus in rebus?? (Aggiunto dopo aver scritto tutto il post una volta notato che non sono il primo stronzo a pormi la domanda ma ci aveva già pensato qualcuno qualche tempo fà!")

Della bellezza di una cosa semplice ti rendi conto subito, ma rischi dopo un pò di annoiarti della sua semplicità.
Della bellezza di una cosa complicata ti accorgi quando l’hai risolta o portata a termine, ma rischi di annoiarti mentre arrivi alla conclusione.
Della cosa complicata sai che una volta risolta probabilmente non sarà più attrattiva, se ami il complicato; della cosa semplice sai che prima o poi potrebbe complicarsi, ma non sai fino a che punto o se realmente accadrà.

Esiste l’equilibrio? C’è una complicata semplicità o una semplice complessità? Il punto giusto forse è quando le domande sono un numero sufficiente da trovare una risposta a molte ma non a tutte e quando nessuna è così complicata da non trovare mai e poi mai una risposta. Oppure è tutto diverso e l’equilibrio c’è quando tutte le domande hanno motivo di essere poste, ma compaiono insieme alla loro risposta? Di certo sò che non vorrei l’intermittenza. Commistione sì, intermittenza no. Quesiti che compaiono per un’ora, un giorno, un mese no! Già quesiti di un anno ci potrebbero stare, sarebbero abbastanza complessi da divenire complicati…
è tutta la sera che non riesco a finire un discorso perchè a metà mi scordo da dove sono partito e di conseguenza dove volevo arrivare. Il solito Alzahimer o una chiara media sono la risposta, non sò separate o insieme. 905 è un indice di insicurezza, ostenti qualcosa che non hai. Non è possibile a prescindere da malattie alla memoria. Vorrebbe dire non essere mai stato a casa.
Pensavo che trovandomi allo specchio, in carne ed ossa intendo, sarei stato felice, che avrei pensato “Finalmente!” e sicuramente mi sarei zompato addosso senza capire da quale dei due “me” sarebbe partito il salto. Invece no… mi trovo di fronte ad un muro con cui è impossibile parlare, non perchè non ti ascolti, semplicemente è già arrivato alle sue conclusioni e apprezzando il metodo con cui c’è arrivato non le cambierà. O forse sì, se le sue convinzioni cambiano, ma nulla di fresco cambia. La maglietta la cambi quando è sporca o quando puzza e non ti piace il suo odore. Di sicuro non cambi una maglietta pulita e profumata, fresca fresca di negozio. E allora come faccio a farmi capire quello che cerco di dire? Me lo dovrei scrivere!!! Univoco, permanente, rileggibile. Stupendo! Scrivendo sono arrivato alla conclusione che non devo fare null’altro che scrivermi.
E se non mi capissi neanche scrivendo? Alla fine la lettura è più intima dell’ascolto perchè implica uno sforzo ma può arrivare ai medesimi risultati se non si scavalla quel muretto di concetti radicati. Sti cazzo di muretti sono l’argomento della serata.
Ok, ripartiamo.
Ci sono cose che sono giuste. Che magari è difficile comprendere da una parte piuttosto che da un’altra, ma che sono fondamentalmente giuste. Giuste nelle modalità o le tempistiche con cui sono state poste in essere, a prescindere dai sentimenti. Soffrirne fà parte della giustizia del momento perchè tutto ha un contesto e niente può essere dato per assurdo, quelle cose saranno inequivocabilmente giuste proprio perchè il contesto le ha portate ad essere ciò che sono.

“3° principio della dinamica: Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
Se un qualche corpo, urtando in un altro corpo, in qualche modo avrà mutato con la sua forza il moto dell’altro, a sua volta, a causa della forza contraria, subirà un medesimo mutamento del proprio moto in senso opposto.”

Ergo, ogni comportamento, messaggio o parola, intenzione, gesto, genera qualcosa nell’altro. Contestualizzando le azioni giuste, si conclude facilmente che le azioni giuste generano nel loro contesto giuste reazioni di segno opposto. Per compensaziose se io ho subito per colpa tua un giusto +1 e un giusto –1 in momenti diversi, mentre tu hai subito per colpa mia un giusto –1 e un giusto +1, sommando “stamo pace”.

Calma, pace, pareggio. Ricominciamo. Analizzo oggi come se ieri non ci fosse… tanto è in pareggio. Tolgo tutto dall’analisi, bello o brutto che sia e ricomincio. E allora diventa corta la strofa perchè non ci sono più appigli fuorchè il dubbio e io i dubbi li ho sempre allontanati risolvendoli o decidendo di non pensarci. Il “dubbio” differisce dal “problema” per la natura della soluzione: il problema ce l’ha sempre, mentre il dubbio ce l’ha quasi mai e lascia sempre un alone dietro di sè. (Bada bene: il dubbio è soggettivo, potrebbe nascere da una piccolezza e non essere visto.) Allora io mi faccio forza, mi rimbocco le maniche e ricomincio a correre appresso a quello strano concetto indefinibile di onore, sorpresa, fantasia e intesa che vado cercando da molto tempo ormai perchè ho ritrovato la fiducia e la speranza di trovarlo.

Est modus in rebus, sunt certi denique fines
quos ultra citraque nequit consistere rectum?

C’è una giusta misura nelle cose, ci sono giusti confini
al di qua e al di là dei quali non può sussistere la cosa giusta?

Epicuro, stasera m’hai inculato… ma domani ne penso una mejo!

Ponch 0 – Epicuro 1
Ponch – Pesce in scatola, non disputata per impraticabilità del campo.

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